I Machiavelli del Bar Alfonso
Enzo ha sessantotto anni e un segreto: è innamorato di Giovanna, la vedova di Piero. Mario, l'amico di una vita, ha la soluzione: applicare Il Principe di Machiavelli alla conquista amorosa. «Tu sei il principe, Giovanna è il regno!» Il fatto che nessuno dei due abbia mai letto Machiavelli è un dettaglio. Quello che segue è un piano strategico che prevede rubinetti da riparare, voci da far girare, e la necessità di essere "volpe e leone" nelle relazioni sentimentali tra settantenni.
I Machiavelli del Bar Alfonso
Al Bar Alfonso di Montone, alle otto di mattina, il mondo si divideva in due categorie: quelli che avevano già preso il caffè e quelli che non erano ancora esseri umani.
Enzo Marinelli apparteneva alla prima categoria da circa tre minuti, ma non sembrava avergliene giovato granché. Fissava il fondo della tazzina come se ci fosse scritto il senso della vita, e invece c’era solo un residuo di zucchero che non si era sciolto.
Mario Piccinini, seduto di fronte a lui con il Corriere aperto sulla pagina dei necrologi, alzò gli occhi. Conosceva Enzo da quarantadue anni, e quella faccia lì l’aveva vista solo due volte: quando era morta Lucia, e quando l’Inter aveva perso lo scudetto all’ultima giornata.
«Che hai?»
«Niente».
«Enzo, ho settant’anni e i coglioni per terra. Non ho tempo per i niente. Che hai?»
Enzo girò la tazzina tra le dita. La posò. La riprese. Sembrava un uomo che cercava le parole giuste in un posto dove non ce n’erano.
«C’è Giovanna».
Mario chiuse il giornale. «Giovanna Restelli? La vedova di Piero?»
«Quella».
«E Giovanna cosa c’entra?»
Enzo alzò finalmente lo sguardo. Aveva gli occhi di uno che si sta buttando da un ponte, solo che il ponte era alto mezzo metro e sotto c’era l’erba.
«Mi piace».
Il silenzio che seguì fu così denso che persino Alfonso dietro il bancone smise di asciugare i bicchieri.
«Ti piace», ripeté Mario, come per assicurarsi di aver capito.
«Mi piace. Da un po’. Non so quanto. Forse da quando è venuta a prendere il giornale per Piero che stava male, e io ero qui, e lei mi ha sorriso, e io... » Si fermò, come se avesse detto già troppo. «Lascia perdere».
«Aspetta, aspetta», Mario si sporse in avanti, con l’aria del medico che ha appena sentito un sintomo interessante. «Da quanto è morto Piero? Tre anni?»
«Tre anni e quattro mesi».
«E da tre anni e quattro mesi tu pensi a Giovanna?»
«Non sempre. A volte… spesso».
Mario si appoggiò allo schienale, soffiando l’aria tra i denti. «E perché non le dici niente?»
Enzo lo guardò come se avesse suggerito di andare sulla luna in bicicletta. «Perché non le dico niente? Mario, ho sessantotto anni. Non sono mai stato capace di queste cose nemmeno a venti. Lucia l’ho sposata perché me l’ha chiesto lei. E adesso cosa faccio, vado da Giovanna e le dico cosa? Che mi piace? Che ci penso? Che a volte la notte non dormo perché... » Si fermò, arrossendo come un ragazzino. «No. Non sono capace. Fine».
Mario rimase in silenzio per un momento. Poi, lentamente, un sorriso gli si allargò sulla faccia. Un sorriso che Enzo conosceva bene, e che non prometteva niente di buono.
«Senti, Enzo. Tuo nipote, Francesco, quello che fa il liceo...»
«Cosa c’entra adesso Francesco?»
«Non mi avevi detto che l’hai aiutato a studiare? Che gli facevi ripetere le lezioni?»
«Sì, qualche volta. Ma cosa...»
«E non c’era quel tipo, come si chiamava, quello che ha scritto il libro su come comandare?»
Enzo ci mise un secondo. «Machiavelli?»
«Quello!» Mario batté la mano sul tavolo così forte che le tazzine tintinnarono. «Quello lì! Il Principe! Me ne parlavi, no? Che diceva delle cose giuste su come funziona il mondo?»
«Mario, erano cose per la scuola, per l’interrogazione... »
«E cosa diceva? Dai, dimmi cosa diceva».
Enzo sospirò. «Diceva un sacco di cose. Che per comandare bisogna essere furbi. Che è meglio essere temuti che amati. Che il fine giustifica i mezzi. Che... »
«Ecco!» Mario lo interruppe battendo la mano sul tavolo. «È meglio essere temuti che amati! Il fine giustifica i mezzi! Enzo, ce l’hai la soluzione e non lo sai!»
«Cosa?»
«Giovanna! La conquistiamo con Machiavelli!»
Enzo lo fissò come si fissa un matto che ha appena proposto di rapinare una banca con un cucchiaino.
«Sei impazzito».
«No, no, ascolta. Il tuo problema qual è? Che non sai come fare, giusto? Che hai paura di fare la figura del cretino, giusto? E invece con Machiavelli abbiamo una strategia! Un piano! Come i generali, come i politici!»
«Mario, Machiavelli parlava di guerre, di stati, di... »
«E l’amore cos’è se non una guerra?» Mario si era alzato in piedi, gesticolando come un predicatore in estasi. «Tu sei il principe, Giovanna è il regno da conquistare! Ci vuole astuzia! Ci vuole strategia! Ci vuole... » Si fermò, cercando la parola. «Ci vuole la virtù!»
«La virtù era un’altra cosa... »
«Non importa! Il punto è che non puoi andare lì come un pirla a dire mi piaci. Devi creare le condizioni. Devi manovrare. Devi... », abbassò la voce, guardandosi intorno come se stesse per rivelare un segreto di stato, «devi essere volpe e leone».
«Volpe e leone?»
«L’ha detto lui, no? Bisogna essere volpe per evitare le trappole e leone per spaventare i lupi. O qualcosa del genere».
Enzo scuoteva la testa, ma non se ne andava. E questo, Mario lo sapeva, era già una vittoria.
***
La prima operazione del Piano Machiavelli (come Mario aveva insistito a chiamarlo) fu messa in atto tre giorni dopo.
«Allora», disse Mario, chinato su un tovagliolo dove aveva disegnato uno schema che sembrava le istruzioni per montare un mobile svedese, «il primo passo è creare un’occasione d’incontro. Non casuale. Costruita».
«E come?»
«Il rubinetto. Il rubinetto della cucina, Enzo. Pensaci. Il rubinetto è la porta dell’anima domestica. Machiavelli diceva che bisogna essere metà volpe e metà leone? Ecco: tu entri come volpe — discreto, utile — e ne esci come leone. Ruggendo. Ma in silenzio».
«Non ha senso».
«Ha senso eccome. È il principio del Centauro».
«Il Centauro?»
«Il principe deve essere metà bestia e metà uomo. Metà che ripara e metà che conquista. Fidati».
«Cosa?»
«Tu sei sempre stato bravo con le mani, no? Ripari le cose. Giovanna abita sola, avrà sicuramente qualcosa che non funziona. Facciamo girare la voce che sei disponibile per lavoretti, e quando lei chiama... »
«E se non chiama?»
Mario sorrise. «Non ti preoccupare. Ci penso io».
Quello che Mario non disse era che aveva già parlato con sua cugina Teresa, che era amica della sorella di Giovanna, che avrebbe detto a Giovanna che c’era questo signore, Enzo, molto bravo con le riparazioni, molto discreto, molto per bene.
Due giorni dopo, Enzo ricevette una telefonata.
«Pronto? Sono Giovanna, Giovanna Restelli. Mi hanno detto che lei fa riparazioni...»
Enzo quasi lasciò cadere il telefono. Guardò Mario, che era lì vicino a origliare, e che gli faceva segni frenetici come un vigile urbano impazzito.
«Sì, sì, certo. Cosa... cosa c’è da riparare?»
«Il rubinetto della cucina. Perde».
«Vengo subito. Cioè, quando vuole lei. Anche oggi. O domani. Quando...»
Mario gli strappò il telefono di mano. «Signora Giovanna? Sono l’assistente. Il signor Enzo sarà da lei domani alle dieci. Grazie, arrivederci».
Riattaccò.
«L’assistente?» disse Enzo.
«Bisogna essere professionali. Come i principi».
***
Alle dieci del mattino successivo, Enzo era davanti alla porta di Giovanna con una borsa degli attrezzi e un batticuore da infarto.
La casa era una villetta a schiera come tante, con i gerani alle finestre e un gatto che lo guardava dal davanzale con aria di superiorità. Enzo si era cambiato la camicia tre volte quella mattina. Alla fine aveva scelto quella azzurra, poi si era pentito ma era troppo tardi.
La porta si aprì, e lui per un secondo dimenticò perché era lì.
Giovanna aveva sessantacinque anni, i capelli grigi raccolti, un grembiule a fiori e gli occhi più gentili che Enzo ricordasse. C’era qualcosa nel modo in cui lo guardava — senza fretta, senza giudizio — che gli fece venire voglia di sedersi e raccontarle tutta la sua vita.
«Oh, signor Enzo, che puntuale! Prego, entri».
Lui entrò, cercando di ricordare tutte le istruzioni di Mario. Essere sicuro di sé. Non sembrare troppo ansioso. Mostrarsi utile ma non servile. Essere... come aveva detto? Volpe e leone.
Il problema era che lui si sentiva più che altro un coniglio.
La casa odorava di caffè e di pulito. Notò le foto di Piero ancora sui mobili: sulla credenza, sul pianoforte che nessuno suonava più, accanto al telefono. Un uomo robusto, con i baffi, che sorrideva in tutte le foto come uno che non aveva mai avuto dubbi su niente.
«È di là, in cucina».
Enzo la seguì, e il corridoio gli sembrò lungo un chilometro.
Il rubinetto gocciolava con la regolarità di un metronomo. Enzo aprì la borsa, tirò fuori le chiavi inglesi, si inginocchiò sotto il lavandino. Lavoro semplice. Una guarnizione. Cinque minuti.
«Le faccio un caffè?» chiese Giovanna.
«No, grazie, non si disturbi».
«Non è un disturbo. Lo faccio anche per me».
Enzo sentì il rumore della moka che veniva riempita, dell’acqua che scorreva, del gas che si accendeva. Suoni domestici. Suoni di una vita che andava avanti nonostante tutto.
«Sa», disse Giovanna, e la sua voce arrivava da qualche parte sopra di lui, «mio marito faceva queste cose. Aveva le mani buone. Aggiustava tutto».
Enzo non sapeva cosa rispondere. «Mi dispiace», disse, e si sentì stupido.
«Non si dispiaccia. Sono passati tre anni. La vita continua». Una pausa. «Anche se a volte non sai bene in che direzione».
Enzo uscì da sotto il lavandino. Giovanna era appoggiata al bancone, le braccia incrociate, e lo guardava con un’espressione che lui non riusciva a decifrare.
«Ecco fatto», disse, asciugandosi le mani. «Era la guarnizione».
Lei aprì e chiuse il rubinetto. «Perfetto. Non gocciola più». Sorrise. «Quanto le devo?»
Qui Enzo avrebbe dovuto, secondo il Piano Machiavelli, rifiutare i soldi ma accettare il caffè. Creare l’occasione per una conversazione. Gettare le basi per il prossimo incontro. Aveva provato la frase davanti allo specchio: «Niente soldi, ma se quel caffè è ancora in offerta... »
Invece guardò le foto di Piero sulla credenza del corridoio, pensò a cosa avrebbe detto la gente, pensò a come si sarebbe sentito stupido seduto lì a bere caffè con una vedova che forse voleva solo farsi aggiustare il rubinetto, e disse: «Niente, niente, figuriamoci, buona giornata».
E se ne andò.
Non proprio di corsa. Ma quasi.
***
«Sei scappato». Mario lo guardava come si guarda un figlio che ha preso due in matematica.
«Non sono scappato. Sono... andato via».
«Senza il caffè?»
«Senza il caffè».
«Che lei ti aveva offerto?»
«Sì».
«E tu hai detto no?»
«Ho detto buona giornata».
Mario si prese la testa tra le mani. Restò così per un tempo che sembrò geologico.
«Enzo», disse infine, con la voce di uno che sta cercando di non urlare, «Machiavelli diceva che le occasioni vanno afferrate. AFFERRATE. Non lasciate scappare come piccioni».
«Lo so, lo so. Ma mi sono agitato. C’erano le foto di Piero ovunque. Mi guardavano. E lei parlava di lui, di come aggiustava le cose, e io mi sono sentito... non so. Fuori posto».
Mario sospirò. Per la prima volta, sembrava meno sicuro. «Forse ho sbagliato io. Forse non si può pianificare tutto».
«Ah, adesso lo dici?»
«No, aspetta. Non ho detto che ci arrendiamo. Ho detto che forse la prima mossa non era quella giusta. Ma Machiavelli — quello vero, non quello di tuo nipote — diceva anche un’altra cosa».
«Cosa?»
«Che bisogna adattarsi. Che i tempi cambiano e bisogna cambiare con loro». Mario si raddrizzò sulla sedia. «Passiamo al piano B».
«C’è un piano B?»
«C’è sempre un piano B».
***
Il piano B prevedeva quello che Mario chiamava “la guerra psicologica”.
«Dobbiamo farti apparire desiderabile», spiegò. «Far capire a Giovanna che non sei l’unico interessato».
«Ma sono l’unico interessato».
«Lei non lo deve sapere. Bisogna essere volpe e leone, ricordi? La volpe fa girare le voci, il leone sta immobile. Come la vedova Carmela».
«Carmela? Ha ottantadue anni».
«Appunto! Insospettabile! Strategia pura!»
Enzo si chiese se Mario avesse letto davvero Machiavelli o se stesse improvvisando una filosofia politica basata sulle vedove del quartiere.
«E come?»
«Facciamo sapere che hai altri impegni. Che sei richiesto. Che le donne ti cercano».
«Mario, non mi cerca nessuno».
«Appunto. Per questo lo facciamo sapere noi».
L’operazione coinvolse di nuovo Teresa, la cugina di Mario. Questa volta il compito era far arrivare all’orecchio di Giovanna che Enzo era molto apprezzato in paese. Che la vedova Carmela del terzo piano gli aveva chiesto di aggiustarle la tapparella e si era trattenuta a parlare con lui per un’ora. Che la maestra in pensione, quella con il cane piccolo, lo salutava sempre con un sorriso particolare.
«Ma non è vero niente», protestò Enzo.
«E chi lo sa? L’importante è che si crei l’impressione».
Il problema fu che l’impressione si creò fin troppo bene.
Tre giorni dopo, Enzo incontrò Giovanna per strada, davanti alla farmacia. Lei lo salutò con un cenno del capo, educato ma freddo.
«Signor Enzo».
«Signora Giovanna».
«Ho saputo che è molto impegnato ultimamente. Tanti lavori da fare in paese».
«Eh, sì, qualcosina... »
«La vedova Carmela mi ha detto che è stato molto gentile con lei. Molto disponibile».
C’era qualcosa nel tono che non quadrava. Enzo ci mise un secondo a capire: Giovanna era irritata. Non gelosa, quello sarebbe stato troppo bello. Irritata. Come se lui le avesse fatto perdere tempo.
«Bene, buona giornata», disse lei, e se ne andò senza aspettare risposta.
***
«Ha funzionato!» esultò Mario quando Enzo gli raccontò l’incontro.
«Ha funzionato? Era incazzata!»
«Appunto! Se era incazzata, vuol dire che le importa! È gelosia!»
«Non era gelosia. Era... era come quando ti fregano il parcheggio. Fastidio. Fastidio e basta».
Ma Mario non si arrese. «È il momento di passare all’azione diretta. Basta intermediari. Ora si va di presenza fisica».
«Cosa vuol dire?»
«Il mercato del sabato. C’è sempre confusione, qualcuno che spinge. Tu ti metti vicino al banco del pesce, che è dove va sempre Giovanna, e quando qualcuno cerca di passarle davanti, tu intervieni. Fermo e deciso. Difendi la signora».
«E se non succede niente?»
«Al mercato succede sempre qualcosa».
***
La mattina del sabato, Enzo era appostato vicino al banco del pesce con l’aria di uno che aspetta l’autobus sbagliato. Indossava la giacca buona, quella che metteva per i funerali e i matrimoni, e si sentiva ridicolo.
Giovanna arrivò alle dieci e un quarto. Gonna grigia, borsa della spesa, passo sicuro di chi sa esattamente cosa comprare e in che ordine. Non lo vide, o fece finta di non vederlo.
Enzo aspettò.
Il banco del pesce era affollato. Donne che contrattavano, uomini che si lamentavano dei prezzi, il pescivendolo che urlava offerte con la voce di un banditore d’asta. Giovanna si mise in fila, paziente.
Nessuno le passò davanti. Nessuno la spinse. Le persone a Montone erano educate, dannazione.
Poi, per una di quelle coincidenze che sembrano scritte da un drammaturgo ubriaco, il figlio di Alfonso — un ragazzotto di vent’anni tutto muscoli e poca pazienza — arrivò di corsa, con il telefono in mano, e urtò Giovanna cercando di raggiungere il banco.
Non la spinse forte. La sfiorò appena. Ma tanto bastò.
Enzo si fece avanti. Il cuore gli batteva nelle orecchie.
«Ehi, tu! Un po’ di educazione!»
Il ragazzotto si voltò. Era alto un metro e novanta. Aveva l’aria di uno che si mangia i vecchietti a colazione e li digerisce prima di pranzo.
«Che vuoi, nonno?»
«Hai urtato la signora. Chiedi scusa».
Il ragazzotto guardò Giovanna, poi guardò Enzo, poi rise. «Ma se l’ho appena sfiorata. Stai calmo, vai».
«Ho detto: chiedi scusa».
La scena che seguì fu breve ma memorabile.
Il ragazzotto fece un passo avanti. Enzo, che non indietreggiava dai tempi della guerra del ‘66 (quella del cortile della scuola, non una guerra vera), rimase fermo. Il ragazzotto lo spinse. Non forte, ma abbastanza. Enzo inciampò in una cassetta di merluzzi, cercò di aggrapparsi a qualcosa, trovò solo il bordo di un banco di vongole, e finì per terra in un tripudio di ghiaccio, molluschi e dignità perduta.
Il mercato ammutolì.
Giovanna, nel caos generale, guardò Enzo a terra, guardò il ragazzotto che se ne andava scrollando le spalle, e scosse la testa con un’espressione che poteva significare molte cose. Nessuna buona.
Poi se ne andò senza dire una parola.
***
«Non è stata colpa tua». Mario non sembrava convinto nemmeno lui.
Enzo era seduto al solito posto del Bar Alfonso. Si era cambiato, si era fatto la doccia, ma gli sembrava di avere ancora l’odore del pesce addosso. Forse ce l’avrebbe avuto per sempre.
«Ho fatto la figura del coglione. Davanti a tutto il paese. Davanti a lei».
«Hai cercato di difenderla...»
«Sono caduto nelle vongole, Mario. Nelle vongole». Enzo guardò il soffitto, come se cercasse una risposta che non c’era. «Sai cosa penso? Che Machiavelli aveva ragione su una cosa: bisogna conoscere i propri limiti. E il mio limite è che non sono un principe, non sono un leone, e probabilmente nemmeno una volpe. Sono un vecchio cretino che si è innamorato di una donna che non lo guarda nemmeno, e che ha passato due settimane a fare piani ridicoli invece di accettare la realtà».
Si alzò.
«Dove vai?»
«A casa. A dimenticare questa storia. Grazie per averci provato, Mario. Ma è finita».
***
Per una settimana, Enzo sparì.
Non venne al bar. Non rispose al telefono. Non aprì la porta quando Mario andò a bussare.
Il martedì, niente.
Il giovedì, niente.
La domenica, Mario lo trovò in giardino che potava le rose con la furia di un boia.
«Enzo».
«Vai via».
«Enzo, ascolta... »
«Ho detto vai via. Non voglio parlare. Non voglio sentire altri piani. Non voglio sentire Machiavelli. Voglio solo stare in pace».
Mario restò lì, le mani in tasca, a guardare il suo amico che massacrava le rose.
«Mi dispiace», disse infine. «È stata colpa mia. Ho pensato che con un po’ di strategia... ma non si può pianificare tutto. Alcune cose o succedono o non succedono».
Enzo smise di potare. Non si voltò.
«Vai, Mario. Per favore».
***
Il lunedì mattina, Enzo uscì per comprare il pane.
Era la prima volta in una settimana che metteva il naso fuori di casa per qualcosa che non fosse il giardino. La panetteria era dall’altra parte del paese, abbastanza lontana dalla zona di Giovanna.
Svoltò l’angolo di via Manzoni, e se la trovò davanti.
Lei lo vide. Lui la vide. Per un momento, nessuno dei due disse niente.
Enzo pensò di attraversare la strada. Di fingere di non averla vista. Di tornare a casa senza il pane e mangiare i cracker della settimana prima.
Poi Giovanna fece una cosa che non si aspettava.
Gli venne incontro.
«Signor Enzo. La cercavo».
«Mi cercava?»
«Sì». Si fermò a un metro da lui. Aveva un vestito celeste che lui non le aveva mai visto, e gli occhi di una che ha deciso qualcosa. «Dopo quella scena al mercato, volevo parlarle».
«Mi scusi per quello. È stata una cosa stupida. Non dovevo... »
«È caduto nelle vongole per difendermi».
«Sono caduto nelle vongole facendo la figura dell’idiota».
«Anche». Un accenno di sorriso. «Ma prima ha cercato di difendermi. E mi sono chiesta perché».
Enzo non disse niente.
«E poi c’era Teresa». Il sorriso le si allargò. «Che non sa tenere un segreto nemmeno sotto tortura».
Giovanna fece un altro passo avanti. «Signor Enzo, io ho sessantacinque anni. Sono vedova da tre anni e quattro mesi. Ho imparato a capire quando un uomo è interessato a me e quando sta solo cercando di vendermi qualcosa».
«Io non... »
«Lei è interessato. Lo so da quando è venuto a ripararmi il rubinetto ed è scappato via come un ragazzino. Lo so da come mi guarda quando ci incrociamo in paese. E lo so da come si è buttato su quel ragazzotto al mercato, anche se lui era il doppio e lei è finito nelle vongole».
Enzo sentì il sangue salire alla faccia. «Mi dispiace. Non volevo metterla in imbarazzo. Volevo solo... »
«Cosa voleva?»
Silenzio.
«Signor Enzo». La voce di Giovanna era gentile adesso, ma ferma. «Lei non poteva semplicemente venire da me e dirmi che le piacevo? Senza i piani, senza le strategie, senza far finta di essere qualcuno che non è?»
«Avevo paura».
«Di cosa?»
«Di fare la figura del cretino».
Giovanna rise. Una risata vera, calda, che gli fece qualcosa dentro.
«Signor Enzo, lei la figura del cretino l’ha fatta comunque. Più volte. In modo spettacolare». Gli mise una mano sul braccio. «Ma almeno ci ha provato. A modo suo, storto, sbagliato, pieno di vongole. Ma ci ha provato».
«E quindi...?»
«E quindi, adesso le faccio una domanda. E voglio una risposta semplice. Senza piani, senza Machiavelli, senza il suo amico Mario che le suggerisce cosa dire».
«Quale domanda?»
«Le piacerebbe prendere un caffè con me?»
Enzo la guardò. Questa donna che aveva capito tutto fin dall’inizio. Questa donna che avrebbe potuto ridere di lui e invece era lì, a un metro, ad aspettare una risposta.
«Sì».
«Bene». Giovanna sorrise. «Allora venga. Lo facciamo adesso, prima che le venga in mente qualche altra strategia».
***
Due ore dopo, Enzo entrò al Bar Alfonso.
Mario era al solito posto, con l’aria di chi non ha dormito per il senso di colpa.
«Enzo! Finalmente! Senti, mi dispiace per tutto. Per i piani, per le vongole, per... »
«Mario».
«...per le voci che ho fatto girare, per la storia della vedova Carmela, che poi non c’era niente, era solo...»
«Mario».
«Cosa?»
Enzo si sedette di fronte a lui. Si versò un bicchiere d’acqua. Lo bevve lentamente, con la calma di uno che ha tutto il tempo del mondo.
«Ho preso un caffè con Giovanna».
Mario rimase a bocca aperta.
«E com’è andata?»
«È andata che lei lo aveva già capito da come la guardavo... e Teresa le ha confermato pure il resto, orari e strategie inclusi. Sapeva tutto e mi ha aspettato lo stesso».
«Quindi... ha funzionato?»
«No, Mario. Non ha funzionato niente. Quello che ha funzionato è che lei mi ha chiesto di essere sincero. E io, per la prima volta, l’ho fatto».
«Ma se non ci fossero stati i piani, le occasioni... »
«Se non ci fossero stati i piani, forse le avrei parlato tempo fa. O forse no, forse sarei rimasto zitto per sempre. Non lo so». Enzo guardò l’amico con qualcosa che somigliava all’affetto. «Ma sai cosa mi ha detto Giovanna?»
«Cosa?»
«Che Machiavelli sarà stato anche un genio, ma per certe cose basta chiedere».
Mario ci pensò su. Poi sorrise, scrollando le spalle.
«Forse aveva ragione lei».
«Forse sì».
Restarono in silenzio per un momento. Il silenzio buono, quello degli amici che non hanno bisogno di riempirlo.
«E adesso?» chiese Mario.
«Adesso la rivedo domani. Senza piani. Senza strategie». Enzo si alzò. «E tu, per favore, tieni Teresa lontana dal telefono».
Uscì dal bar.
Mario lo guardò andare via. Poi chiamò Alfonso.
«Un caffè. Corretto».
«Con cosa?»
«Con la soddisfazione di chi ha combinato un casino, ma alla fine è andata bene lo stesso».
Alfonso non capì, ma versò la grappa.
E andava bene così.
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