Il Teorema dell'Ovvio: quando dire che il sale è salato diventa rivoluzione
Cari lettori improbabili,
cosa succede quando qualcuno dice solo cose ovvie, ma le dice con una convinzione così totale da trasformarle in rivelazioni?
"Il Teorema dell'Ovvio" è nato da questa domanda.
Gustavo Lampante ha cinquantasette anni e una peculiarità: dice solo verità evidenti. Ma nel suo mondo, dire che "il sale è salato" diventa rivoluzione.
È surreale terapeutico nella sua forma più pura. Come tutti i miei personaggi - da Baldassarre al sasso filosofo - Gustavo ci ricorda che la meraviglia è sempre lì, nascosta nell'ovvio.
"Le cose che amiamo ci mancano sempre quando non ci sono più. È per questo che le abbiamo amate. Se non ci mancassero, vorrebbe dire che non le abbiamo mai amate davvero."
Un racconto che segue il mio motto: "Scoprire l'infinito in modesti anfratti".
Buona lettura. E ricordate: l'acqua è bagnata anche quando non ci pensiamo.
Il vostro custode dell'improbabile,
Fabiano
Il Teorema dell'Ovvio
ovvero come Gustavo Lampante salvò il mondo dicendo quello che tutti sapevano
Capitolo I - L'uomo che diceva che il sale è salato
Gustavo Lampante aveva cinquantasette anni, né uno di più né uno di meno, e quando glielo chiedevano rispondeva sempre «l'età che ho», che tecnicamente era la risposta più precisa del mondo. Aveva una peculiarità che lo rendeva unico nel panorama umano: diceva solo cose ovvie, ma le diceva con una convinzione così disarmante che la gente rimaneva ipnotizzata come mosche davanti a una lampadina.
Non era sempre stato così. Un tempo Gustavo era un normalissimo impiegato del catasto che compilava moduli con la stessa passione con cui un bradipo contempla l'idea di muoversi. Poi, una mattina di un martedì qualunque (era proprio martedì perché non era né lunedì né mercoledì, e questo lo rendeva inequivocabilmente martedì), sua moglie Erminia lo lasciò con un biglietto che diceva: «Non ti sopporto più perché non dici mai quello che pensi».
Fu lì, davanti a quel foglietto giallo appiccicato sul frigorifero, che Gustavo capì una cosa semplicissima: aveva sempre detto quello che pensava. Solo che pensava cose talmente ovvie che la gente credeva stesse nascondendo i suoi veri pensieri dietro banalità di copertura.
«Ma io penso sempre cose ovvie!», esclamò al frigorifero, che lo guardava con la sua faccia metallica impassibile. «Il caffè è più caffè quando è caffè che quando è tè! La pioggia cade verso il basso perché verso l'alto sarebbe antigravitazionale! Quando dormo sono orizzontale più spesso che verticale!»
Il frigorifero ronzò, come se concordasse.
E così iniziò la sua nuova vita da profeta dell'evidenza.
Capitolo II - La rivoluzione dal salumiere
Il primo test fu dal salumiere Gino Mortadelloni (il destino l'aveva battezzato così per risparmiare sulla pubblicità: bastava il cognome per capire cosa vendesse). Gustavo entrò nel negozio dove i prosciutti pendevano dal soffitto come stalattiti di suino, e pronunciò la frase che avrebbe cambiato tutto: «Gino, vorrei del prosciutto che sia più buono che cattivo e che costi meno che di più!»
Gino lo guardò. Il tempo si fermò come un orologio che scopre di essere rotto. Una mosca che stava volando verso la mortadella rimase sospesa a mezz'aria, confusa dalla profondità dell'ovvio. Il gatto del negozio, Salame (Gino non aveva fantasia coi nomi), smise di leccarsi nel posto che i gatti leccano sempre quando ci sono ospiti.
Poi Gino scoppiò in una risata che fece vibrare le forme di parmigiano come campane casearie: «Gustavo, questa è la cosa più onesta che un cliente mi abbia mai detto in trent'anni di affettati e verità affettate!»
E gli diede tre etti in più. Gratis. Il prosciutto, non le verità.
Ma non finì lì. La signora Pina, che era in fila dietro con la sua permanente che sfidava le leggi della fisica, commossa da tanta sincerità abbracciò Gustavo con la forza di un boa constrictor sentimentale: «Finalmente qualcuno che dice quello che pensiamo tutti ma che non osiamo pronunciare per paura di sembrare scemi!»
«Signora», rispose Gustavo mentre cercava di respirare nella morsa dell'abbraccio, «sembrare scemi è meglio quando non si è scemi che quando si è scemi davvero!».
La signora Pina svenne dall'emozione. Gino la rianimò con una fetta di coppa.
Capitolo III - L'ovvio che guarisce
La voce si sparse più veloce di un pettegolezzo in una chat di mamme. Prima fu il quartiere a sussurrare dell'«oracolo dell'ovvio», poi un trafiletto sul giornale locale lo battezzò «Il Profeta dell'Ovvio», e in tre settimane Gustavo divenne «quello che dice le cose come stanno». La gente iniziò a cercarlo come si cerca il telecomando quando è sempre nel posto più ovvio: «Signora Maria, suo figlio è più alto oggi rispetto a quando era un feto!»
Maria pianse di gioia: «È vero! Non ci avevo mai pensato!».
«Dottor Rossi, quando lei opera i pazienti, loro sono presenti all'operazione anche se addormentati!»
Il dottore ebbe un'epifania e smise di bere.
«Maresciallo, i ladri rubano più spesso quando non li state guardando che quando li state arrestando!»
Il maresciallo fu promosso generale per acume investigativo.
Ma fu all'ospedale che accadde il miracolo tragicomico. Gustavo andò a trovare il vecchio Anacleto, malato terminale, solo come un cetriolo dimenticato nel cassetto delle verdure.
«Anacleto», disse Gustavo sedendosi sul letto che cigolava come le giunture di un robot arrugginito, «tu in questo momento sei vivo».
Anacleto lo guardò con gli occhi acquosi come due olive in salamoia: «È vero, porca miseria!»
«E finché sei vivo, non sei morto»
«Cazzo, è vero anche questo! È matematico!»
«E se non sei morto, puoi ancora fare cose da vivo. Come respirare senza pensarci, che è un superpotere che diamo per scontato. O ricordare quella volta che tua moglie ti ha fatto la parmigiana e tu ne hai mangiate quattro porzioni e poi hai passato la notte a lamentarti che stavi scoppiando ma con un sorriso beato stampato in faccia. O quella volta che tuo nipote ha imparato ad andare in bicicletta e tu correvi dietro tenendo il sellino e ansimando come una locomotiva a vapore, ma non ti importava perché il suo sorriso valeva un infarto».
Anacleto iniziò a piangere. Lacrime che sapevano di vita, non di cipolla.
«E sai qual è la cosa più ovvia di tutte, Anacleto?».
«Quale?».
«Che un giorno moriremo tutti. Io, tu, perfino quella mosca lì che sta cercando di suicidarsi contro la finestra. Ma oggi non è quel giorno. Oggi è oggi. E oggi tu puoi ancora rompere le palle agli infermieri».
Anacleto rise così forte che l'elettrocardiogramma impazzì. L'infermiera corse dentro pensando fosse un arresto cardiaco. Era solo un arresto delle preoccupazioni.
Capitolo IV - La bambina che non parlava
Fu a questo punto che il destino, quel regista ubriaco che improvvisa sempre, mise sulla strada di Gustavo la piccola Sofia, otto anni, muta da quando aveva visto il suo cane Wurstel (sì, un bassotto, ovviamente) finire sotto una macchina guidata da uno che mandava messaggi invece di guardare la strada.
I genitori avevano provato tutto: psicologi che costavano come un mutuo, logopedisti che parlavano più loro di Sofia, persino un santone che diceva di parlare con gli angeli ma probabilmente parlava solo con il suo conto in banca.
Gustavo la incontrò al parco. Sofia stava seduta su un'altalena immobile come un pendolo che ha dimenticato di pendolare.
«Sai», le disse Gustavo sedendosi sull'altalena accanto che protestò sotto il suo peso con un cigolio esistenziale, «quando non dondoli, l'altalena è solo una sedia scomoda con deliri di volo».
Sofia lo guardò con occhi grandi come piattini da caffè.
«E quando non parli, le parole restano dentro. Non è che spariscono come calzini nella lavatrice. Sono lì, ammucchiate come mattoncini Lego nella scatola, che aspettano di diventare un castello o un'astronave o quello che diavolo costruiscono i bambini oggi».
Gli occhi di Sofia si riempirono di acqua salata, non quella del mare che sa di vacanza, ma quella delle lacrime che sa di verità.
«Il tuo cane Wurstel», continuò Gustavo guardando il cielo che era azzurro perché aveva deciso di non essere arancione, «quando era vivo correva. Correva come se avesse i razzi nel sedere, mi hanno detto. Ora non corre più. Ma il fatto che non corra più non cancella tutte le volte che ha corso. Quelle restano. Sono successe. Sono più vere della verità, perché la verità può cambiare, ma quello che è successo è successo per sempre».
E poi disse la cosa più ovvia e più devastante del mondo, una bomba atomica di semplicità: «Tu hai voce. La stai solo tenendo in panchina come un calciatore infortunato. Ma ce l'hai. È lì che scalcia per uscire».
Sofia aprì la bocca. Non uscì niente. Poi, piano piano, come ketchup dalla bottiglia nuova: «Mi… manca… Wurstel».
Tre parole. Tre parole ovvie come il fatto che il gelato è freddo. Le prime dopo due anni di silenzio assordante.
I genitori, che spiavano da dietro un albero come detective della speranza, caddero in ginocchio. Il padre, un uomo che non piangeva dal 1990 quando l'Italia perse i mondiali in semifinale, singhiozzò come una fontana rotta. La madre abbracciò il tronco dell'albero confondendolo momentaneamente con Gustavo.
Gustavo si alzò dall'altalena che sospirò di sollievo: «Certo che ti manca. Le cose che amiamo ci mancano sempre quando non ci sono più. È per questo che le abbiamo amate. Se non ci mancassero, vorrebbe dire che non le abbiamo mai amate davvero. Wurstel ti manca perché era importante. È matematica emotiva: presenza più amore uguale mancanza quando sottraiamo la presenza».
Sofia sorrise. Un sorriso piccolo come una formica, ma presente come un elefante.
Capitolo V - Il teorema finale
La fama di Gustavo crebbe come muffa in un bagno senza finestra. Arrivò alle orecchie del Professor Illuminato Oscuri, il più grande filosofo vivente, quello che aveva scritto L'Essere e il Non Essere nell'Epoca del Forse in quattordici volumi che nessuno aveva mai finito di leggere, nemmeno lui.
«Signor Lampante», lo sfidò in diretta televisiva nel programma Anche i Filosofi Mangiano (in onda alle 23:45, orario per insonni e filosofi, che spesso coincidono), «lei è un ciarlatano! Dice solo ovvietà!»
«È vero», rispose Gustavo. «Più vero del fatto che lei ha una cravatta viola che non si intona con la giacca marrone».
Il professore guardò la sua cravatta come se la vedesse per la prima volta.
«E la gente la segue come un messia del banale!».
«Anche questo è vero. Come è vero che messia fa rima con nostalgia, ma questo è irrilevante».
«Ma non dice niente di nuovo!».
«Verissimo. Dico solo quello che tutti sanno ma fingono di non sapere, come il fatto che le riunioni di condominio servono solo a litigare».
«E allora perché diavolo la ascoltano?».
Gustavo si sistemò sulla sedia che era più comoda di quelle dell'autogrill ma meno di quelle del paradiso (presumibilmente), e pronunciò il suo teorema finale: «Professore, la gente passa così tanto tempo a cercare risposte complicate che si dimentica le domande semplici. Tipo: 'Sto bene?' O: 'Ho detto ti voglio bene oggi?' Io ricordo loro che l'acqua è bagnata anche quando non ci pensiamo, che il sole sorge a est anche se non lo guardiamo, che quando abbracci qualcuno anche qualcuno abbraccia te, a meno che tu non stia abbracciando un manichino, ma quella è un'altra storia».
Fece una pausa per bere acqua, che era bagnata.
«Sa qual è la cosa più ovvia di tutte, professore?».
«Qual’è?», chiese Oscuri, dimenticandosi di essere lui quello che faceva le domande.
«Che le cose più importanti della vita sono ovvie. Nascere è ovvio: tutti l'hanno fatto almeno una volta. Morire è ovvio: il tasso di mortalità è ancora del 100%, nonostante i progressi della medicina. Amare è ovvio: perfino i cactus si innamorano, altrimenti non esisterebbero i cactus piccoli. Soffrire è ovvio: basta guardare la fila alle poste. Ma ce ne dimentichiamo, persi come siamo a cercare il senso nascosto, il significato profondo, la verità ultima, il finale di Lost. E mentre cerchiamo, ci perdiamo l'ovvio quotidiano: il caffè del mattino che sa di 'un altro giorno da affrontare ma almeno c'è il caffè', il bacio della buonanotte che sa di 'domani litighiamo per chi porta fuori la spazzatura ma intanto ti amo', il 'come stai?' del barista che non aspetta davvero la risposta ma almeno ha chiesto».
Il Professor Oscuri rimase in silenzio. Un silenzio che in TV durò 47 secondi, praticamente un'era geologica nel tempo televisivo. Si sentiva solo il ronzio delle telecamere che sembravano dire :«zzz-è-vero-zzz».
Poi il professore si tolse gli occhiali, se li pulì con la cravatta viola che stonava, e disse:
«Madonna santa. Ha ragione. Quattordici volumi per dire quello che lei ha detto in due minuti. Sono un coglione».
«Anche questa», sorrise Gustavo, «è una verità ovvia. Ma è bello che l'abbia detta lei».
Epilogo - L'ovvio che resta
Gustavo morì un martedì (ovviamente non di lunedì né di mercoledì, fedele fino alla fine), nel suo letto, circondato da tutte le persone a cui aveva detto cose ovvie che avevano cambiato loro la vita. Il che è paradossale, ma la vita è fatta di paradossi ovvi.
Tra la folla, in ultima fila, c'era anche Erminia, che piangeva in silenzio.
«Avevi sempre detto quello che pensavi», sussurrò al vento, «ero io che non sapevo ascoltare l'ovvio».
Sofia, ora venticinquenne e maestra elementare che insegnava ai bambini che due più due fa quattro e che questa è una magia matematica, lesse l'elogio funebre: «Gustavo Lampante è morto. Questo è ovvio perché è nella bara e la bara contiene solo morti, altrimenti sarebbe un letto molto scomodo e molto costoso. Ma quello che ha lasciato è vivo. E questo è ovvio perché siamo tutti qui invece di essere a casa a guardare Netflix. Ci ha insegnato che l'ovvio non è banale. È essenziale come il sale nella pasta: non ci pensi finché non manca. Che dire 'ti voglio bene' non è scontato solo perché sono tre parole che tutti conoscono. Che il pane è più buono quando hai fame non è una banalità, è la fisica della felicità».
Sulla sua tomba, come aveva richiesto nel testamento, misero una lapide con scritto:
Qui giace Gustavo Lampante.
Ora è sotto terra.
Prima era sopra.
La differenza è ovvia.
Ma quando era sopra,
ha fatto la differenza
dicendo l'ovvio
che ovvio non era.
E la gente, ancora oggi, va sulla sua tomba a dirgli cose ovvie: «Gustavo, oggi piove e mi sono bagnato perché ho dimenticato l'ombrello». «Gustavo, mio figlio è nato e piange quando ha fame, proprio come previsto». «Gustavo, mi sono innamorato e faccio cose stupide, come da manuale».
E giurano, giurano tutti, che da sotto terra si sente una risata.
Una risata che dice: «Ovvio!».
Perché la verità più ovvia e più dimenticata del mondo è questa: siamo tutti di passaggio, ma il passaggio lascia sempre una traccia. Come quando cammini sulla spiaggia e poi arriva l'onda ma per un momento, un momento ovvio e miracoloso, la tua impronta c'è stata.
E la traccia di Gustavo era fatta di verità così semplici che ci voleva un genio per avere il coraggio di dirle.
Un genio dell'ovvio.
Che è un ossimoro.
Ma funziona.
Come tutto quello che è ovviamente vero e veramente ovvio.
Ovvio, no?
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